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Between frost-bitten and me.

2/12/06 05:07 am - Upward

Una volta raggiunto il fondo, puoi solo risalire. Così dicono. Ma c'è chi inizia a scavare, spasmodicamente, con foga animale, ampliando la propria fossa, oltrepassando il fondo.

Scavano con le nude mani, armate di autocommiserazione e resa. Scheggiandosi le unghie, strappandole, ferendosi. Una discesa inarrestabile e inesorabile, perseguita con una totale vocazione al fallimento, maniacale dedizione all'abisso.

Continuano a raschiare, finché le unghie non saltano, finché la carne si lacera e consuma, finché non rimangono che le ossa insanguinate.

Ed è a quel punto che, con occhi doloranti dal troppo buio, occhi che ormai hanno dimenticato il sapore della luce, ci si guarda intorno.

Una scala. È sempre stata lì, dietro di noi, una possibilità di risalire. Le voltavamo le spalle. Una scala difficile da ascendere, con muscoli atrofizzati e scheletriche dita mutilate.
Se solo l'avessimo vista prima.

C'era un uomo in fondo a quel crepaccio, si cullava nel suo scavo e nel sangue delle proprie ferite.

A un passo dal perdere le mani, qualcuno lo ha fermato. Lo ha costretto con la forza a voltarsi, scaraventandolo contro quella scala. A risalirla, coi denti, strisciando, scivolando. Ma ormai convinto a non abbandonarla.

Sull'orlo del baratro, emergendo dalla scala, ha fatto una promessa.

Ha giurato a quella Voce che quando fosse stata lei, ad echeggiare dal fondo del pozzo, le avrebbe lanciato la stessa scala. È quello che fa ogni giorno, da quattro anni.
E' risalito.

Il mio nome è Mark.
Un tempo ero una Voce

Grazie, abitante del pozzo.

1/5/06 04:03 am - Pitch black

Pareti disadorne e ferite, trasudano di un apatia tangibile. Pulsa, ipnotico, nero catrame, ribolle in gola. Il buio.
Avvolge ogni cosa, invitante silenzio, il fascino del nulla.
Urlo.

Nessun suono, riverbero, eco. Caldo. Opprimente, malsano, soffocante. Un'ondata di nausea ferina risale l'esofago con l'impeto di uno tsunami. L'odore del sangue. Il fetore di corpi laceri, dilaniati. Decomposti. Lasciati a marcire in un liquame di vane speranze. Colpisce le narici, graffia le mucose, strappa via l'ossigeno da ogni alveolo con chirurgica cura, efferata cautela. Arranco. Il petto compresso da artigli intangibili.
Non ricordo da dove io sia entrato. So che devo uscire.

Muovo un passo, urto qualcosa. Costringo gli occhi a reprimere i conati, a guardare. Ha contorni sfocati, ma dolorosamente familiari. Lo conosco quel volto. Da prima che prendesse forma. So da dove viene, quando è nato, perché. So il suo nome. Perché fui io a dargliene uno. A dargli vita, e a privargliene.
Un sogno. Mio. Uno dei tanti.

Arretro. Realizzo cosa sia quella catasta di cadaveri, e qualcosa s'inerpica su per la spina dorsale, affondando i canini nella nuca. Una sensazione fredda, rovente, di aghi e consapevolezza. Il senso di colpa. Per averli lasciati morire. Rinnegati.

L'abbandono, la rinuncia, la scelta di non scegliere. I bulbi si sono abituati alla tenebra, ora vedo meglio. Non è una stanza. È una distesa apparentemente senza fine, costellata di altre vittime della routine e del grigio. Un genocidio onirico. Una strage di innocenti. Riprendo fiato, i battiti ritornano regolari.
Alzo il bavero, mi volto.

Chiudo la porta alle mie spalle, pronto a dimenticarmene, condannandoli ancora una volta. Erano miei sogni. Probabilmente non saranno più nulla. Mi allontano, con passo regolare, e gli aghi lentamente si ritraggono dal mio collo. Non credo farò più ritorno qui.

Non bisognerebbe mai guardare in certe stanze della propria mente.

11/3/05 07:51 pm

Il treno rischia di diventare la mia seconda casa. Le ferrovie la mia patria di esule dall'apatia. Il numero dei viaggi e delle mete è cifra irrazionale. Profugo da una terra di staticità, cerco il mio caos vitale precipitandomi dritto alle sinapsi da cui parte l'impulso. E i neuroni di questa rete han sembianze di vagoni e rumore di ferraglia su binari verso est.

Immagini si sovrappongono. Scenari mutevoli dissolvono uno nell'altro in stile hollywoodiano, la mia memoria dirige la fotografia, onda del sentimento in cabina di regia. Ogni viaggio riassume i precedenti, li riesuma, li spolvera per rimetterli in bacheca a brillare, mentre nuove colline scivolano appena percettibili al di là del vetro.

Galleria. E il vetro si fa specchio, riflette l'interno. Lo scompartimento buio, il mio viso che mi osserva. Scruta. Sorride. Si sofferma sui piccoli cambiamenti dal viaggio precedente. Poi di nuovo la luce, riappare il mondo esterno, riacquista consistenza. Mille pensieri in mente, testa contro il finestrino, il mio occhio sul bersaglio come fosse di un cecchino, un dettaglio da fissare come in una polaroid, da gettare in un cassetto e conservare finchè puoi. Questa volta la meta la conosco, è un ritorno, il tempo è ciclico e come una marea mi spinge nuovamente nella stessa baia di cobalto.

Dove il mare non gela.
Dove il bianco non uccide.

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10/13/05 09:21 pm - Wishlist end.

Vorrei dormire, dormire un sonno senza sogni. Vorrei non ci fosse una selva di volti ad attendermi, al di là di palpebre socchiuse. Vorrei solo buio e silenzio e calma, oltre il sonno e la sua soglia.
Vorrei.
Vorrei non sapere delle bruciature da gelo.
Vorrei che il freddo non parassitasse i vuoti. Vorrei la neve graffiasse con più foga.
Un candido sorriso abrasivo ed inclemente.
Vorrei forse esser rimasto faccia in giù nel bianco, e non rialzarmi, quella notte.
Assiderato come loro.
Vorrei poter scivolare, scivolare anche io.
Come ruote sul ghiaccio.
Come menzogne sulla lingua.
Vorrei cristallizzare il tempo e le sue forme, in sontuosi cigni di ghiaccio, e intuirne il canto.
E vederli avvampare.
Vorrei liquefare istanti, succhiarne il presente.
Vorrei bere quei cigni, fino a starne male. Riappropriarmi di ogni scheggia che il tempo ha congelato.
Di ogni battito, six feet under five years gone.
Vorrei la notte fosse pece, scacciare ogni scintilla. Vorrei che il buio fosse libero, e non bestia sotto assedio. Di neon, di urla e grida. Vorrei il cielo fosse nero, a contrastar la neve.
Vorrei…
Vorrei solo dormire.
Una notte senza sogni.
E non sapere chi, ancora aspetto ad ogni pioggia. Ad ogni sonno.
Al primo freddo.

10/4/05 09:47 pm

Sogno.
“Avanza silenziosa e inosservata, precipitando lieve da esser quasi incorporea. Due zaffiri incastonati in un fiocco di neve dai riflessi ambrati, brillano a tratti nella bufera. Cammina a testa bassa, per difendere il viso dalle sferzate del gelo, dentro e fuori. Per impedire alle lacrime di gelarsi in minuscoli gioielli di cristallo. La sua voce sussurra malinconiche grida d’inverno.
Qualcuno, in ascolto. Miglia e miglia di vuoto in ogni direzione, un bianco lacerante e inclemente. E al centro lui. Vuoto dentro a un altro vuoto, come scatole cinesi intagliate nel ghiaccio.
Apre gli occhi, scrolla dalle palpebre la brina. È tempo di vedere. Nella bufera il tenue tenace bagliore degli zaffiri tentenna e vacilla, ma resiste, si avvicina. È tempo di andare. Presto farà buio. Deve arrivare prima del sonno, prima che la tenebra s’insinui liquida nel bianco oscurando, contaminando, dilaniando le speranze. Rapendo la voce e il suo sguardo violentemente blu.
Rapido, fugace, appena percettibile. Calore. È un battito di ciglia incandescenti, ma lo percepisce. Dall’altro lato della notte, oltre il gelo, oltre ombre e labirinti di specchi infranti e riflessi distorti, qualcuno come lei era in ascolto, chissà da quanto. Solitudini speculari disegnate da corpi in caduta, come gli “angeli della neve”. Inizia a correre.
Questa volta il sogno non termina qui. Attraverso un cancello di gelo, mani tese, l’una verso l’altra, entrambe verso un sole non più freddo.
Due paia d’iridi si chiudono, esauste di sogni logori. Si riaprono su di un rogo di possibilità. Insieme.
Brina lascia il posto a magma d’imprevisti, assideramento che sublima in incandescente speranza. Brucia mano nella mano l’orizzonte. Lo stesso. Il viaggio continua. Verso dove, ignoto. Con chi, finalmente indissolubile certezza. Per quanto?
Finchè…
Finchè un cristallo di neve pulserà nel mio cuore, finchè bruceran le stelle, e la mia continuerà a guidarmi. Finchè dalla nebbia dei sogni, per quanto improbabili, continueranno a plasmarsi realtà. Calma da una bufera. Da due solitudini, un’entità. La stessa.
Si chiama “Noi”. E non precipita più.
Lieto fine.”

3.46 a.m

Mi sveglio.

Gelo.

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